Recensione Film: Juno


Juno è una ragazza di sedici anni che decide nel più assoluto disincanto di fare sesso con il suo amico Pouli Bleeker sulla poltrona del salotto, assuefatta dal profuno di tic-tac all’arancia di cui il ragazzo ne va ghiotto. Quando scopre, però, che un “fagiolo” si è insidiato nella sua pancia, si ritrova a dover affrontare ogni passo della sua vita con una maggior responsabilità sulle spalle; quella stessa responsabilità che aveva lasciato da parte quella sera, su quella poltrona. Di primo acchito la giovane Juno si reca al centro “Donne ora” (un nome - un programma), con l’intento di abortire, ma accade qualcosa: la ragione comincia a luccicare nella sua testa, (grazie ai suggerimenti di una sua compagna di scuola che sventola cartelli “pro-life” fuori dal centro abortivo). Capisce che l’aborto è la scelta sbagliata, comprende che ci sono persone sfortunate che non possono avere figli e che ne vorrebbero tanto avere, realizza anche che quel “fagiolo” che sta crescendo dentro di lei è un vero e proprio essere umano: “Lo sai che potrebbe avere già anche le unghie?!” grida l’amica “pro-life”, un grido che Juno sente rimbombare nella sua testa, quando entra in quello squallido edificio, dove la ragazza all’accettazione, squallida pure lei, non mostra la minima cura e il benché minimo interesse per lei. Decide quindi di scappare fuori, incominciando così un percorso nuovo e inaspettato che la condurrà alla maturazione, alla realizzazione di sè, alla felicità. Appoggiata dalla famiglia, sceglie di dare in adozione il nascituro, ma la cosa che le fa più onore è il non vergognarsi della pancia che, con il passare delle stagioni, cresce sempre più,insieme al suo coraggio e al suo senso di responsabilità.

“Mi troverai ancora carina, quando sarò grassa?” chiede Juno a Bleeker e questi risponde: “Certo, sarai sempre carina”.Questo piccolo pezzetto di dialogo vuole cozzare contro l’affermazione di una giornalista de “La Stampa”, Lietta Tornabuoni, che ha definito il film “grazioso: fatto, cioè, per contentare tutti, i buonpensanti così come i pervertiti che godono a vedere sullo schermo una ragazzina con il corpo deformato dalla gravidanza avanzata”. Quindi il corpo di una donna affetta dalla straordinarietà della gravidanza è “deforme”? Ma siamo impazziti? Cara Lietta, forse dovresti riformattarti il cervello, perchè la bellezza e la dolcezza di una donna incinta è un innegabile evidenza. È proprio grazie a persone come queste, che considerano la gravidanza come disfacimento della propria bellezza e della propria persona, che si ha il crollo catastrofico delle nascite, che si assiste a milioni, ma che dico, miliardi di aborti dettati dall’egoismo e dalla paura. “Tutti devono avere il diritto di essere liberi dalla paura” cantavano gli slogan americani dopo l’11 settembre, ma si potrebbero cantare ancora oggi a proposito della drammatica situazione sociale e culturale che sta maturando. “Juno” è un grido forte e chiaro in mezzo al deprimente silenzio in cui viviamo: un grido alla meraviglia nel sentire un bimbo che scalcia nel proprio grembo, un grido al coraggio della maternità.

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