Youkoso!
Youkoso!
Youkoso, lettori e lettrici del Manin Times. Quella che vi apprestate a leggere non è una rubrica comune, nossignore! Trattasi di uno spazio nuovo, originale, dedicato a quel mondo che molti usano denigrare per la sua eccentricità, il suo ritmo creativo scoppiettante e vitale, la sua natura spesso controversa e al centro di mille polemiche mediatiche alimentate dall’ignoranza e dall’informazione qualunquista: Sto parlando, ovviamente, del Nippomondo!”
“Kirameki, yami no maboroshi! Senshitachi ima, kuruzo!“
Che cosa intendo con Nippomondo? Beh, immagino che la maggior parte di voi conosca l’animazione giapponese, quel mezzo d’espressione e non solo strumento meramente ludico, che spesso ci troviamo propinato in televisione come prodotto commerciale, svilito dei suoi contenuti originali, adattato ad un pubblico di fascia età minore al target originale, proprio per accontentare quei genitori assenti e quei sedicenti esperti psicologi che vorrebbero una televisione badante, un escamotage pedagogico avente il gravoso compito di accompagnare i bambini (e i ragazzi) nella loro crescita.
Chi ha vissuto gli anni 80, e i primi anni 90, conosce bene le polemiche legate a titoli altisonanti come “Hokuto no Ken” (Ken di Hokuto) altresì noto come “Ken Shiro” e l’affascinante eroina dai capelli dorati, “Bishojo Senshi Sailor Moon” (La Bella Combattente Sailor Moon, nota come “Sailor Moon”), titoli accusati, in passato, di essere fonte di svariati disagi infantili di natura psicologica. Alla base di queste uscite decisamente ardite, vi è un fraintendimento culturale abissale: In Giappone, paese in cui l’industria dell’animazione è una delle più evolute, gli “Anime” (Contrazione di “Animation”, Animeshon) hanno diversi target d’utenza e non sono, come qui in occidente si usa pensare, semplici mezzi d’intrattenimento infantile. L’animazione giapponese, nel corso degli ultimi decenni, ha cavalcato svariati canali mediatici, riuscendo a conquistare premi piuttosto importanti nel campo della cinematografia: esempio lampante del genio di alcuni sceneggiatori e registi nipponici, sono film d’animazione cinematografici come “”Mononoke Hime” (La principessa Mononoke – Stubio Ghibli), “Sen to Chihiro no Kamimakushi” (Il rapimento spirituale di Sen e Chihiro, adattato in Italia con il nome di “La città incantata” - Studio Ghibli) che è valso l’oscar, nel 2003, al regista, Hayao Miyazaki.
Tutte quelle dinamiche commerciali che hanno interessato titoli di ampio successo come “Cardcaptor Sakura” (Sakura la catturacarte, in Italia “Pesca la tua carta Sakura”), “Ranma ni bu no ichi” (“Ranma uno-di-due, in Italia “Ranma 1/2” ) o “Slayers” (“Cacciatori”, in Italia “Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo”) hanno fatto modo che, sulla base di dati d’ascolto in patria piuttosto alti, questi venissero importati in Italia, senza alcun compromesso contenutistico: il target originale non è mai stato rispettato.La conseguenza? Ragioniamo a concetti e formuliamo un esempio.
In una dimensione dove il “Cartone animato”è considerato un compagno di giochi dell’ingenuo pargolo, figlio dei sani principi cristiani romano cattolici, viene mandata in onda una serie animata dedicata, almeno in patria, ad un pubblico di adolescenti, soggetti comunemente noti per essere consci della dimensione che li circonda e della conseguenza delle loro azioni.
Chiaramente, per motivi commerciali relativi al target d’utenza nostrano, la serie viene adattata come meglio si può, localizzando nomi, snaturando situazioni esplicite – comunissime in qualsiasi serial tv di matrice adolescenziale – e tagliando, invece, quelle scene o quegli interi episodi, facenti parte della continuità narrativa dell’opera, pur di rientrare nel margine della “comune decenza” degli spettacoli dedicati ai bambini.
Eppure non basta.
E qui entra in gioco il malcontento comune dei genitori, esasperati da quegli elementi fuori luogo in quello che a loro è stato presentato come un “prodotto per bambini”, come la visione di una scollatura troppo provocante o la presenza di scene cruente e decisamente diseducative.
L’altro capo dello schieramento del pubblico, composto dagli appassionati, rivendica una maggiore fedeltà al prodotto originale: se tutti i protagonisti dei vostri libri, o telefilm, preferiti, avessero subito un cambiamento d’età, di nome o addirittura di connotati, come reagireste?
Tutto questo per darvi uno stralcio della situazione dell’animazione giapponese in Italia, divisa fra palinsesti irrispettosi nei confronti dell’intelligenza degli spettatori grandi e piccini, genitori adirati ed appassionati esasperati: “Kowaii!”
(Che paura!)
Pregiudizio.Ignoranza.Venalità.
Maykol “Zaru” Robuschi



Da un paio di anni a questa parte è scoppiato ovunque il fenomeno “emo”. A causa delle numerose faide sviluppatesi all’interno del Manin abbiamo deciso,cari lettori,di pubblicare la verità sugli emo in modo OGGETTIVO. Gli emo nascono negli anni 80 dalla corrente del punk. I primi artisti ad allontanarsi da questo genere,distinguendosi con il nome di emotional hardcore,furono gli Embrace e i Rites of Spring,che ne melodizzarono il suono,creando un nuovo genere musicale destinato ad avere largo consenso soprattutto tra i giovanissimi. Negli ultimi anni questo suono è stato influenzato notevolmente dall’indie rock, che distingue l’emo attuale da quello precedente.

