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Recensione Videogioco: Shin Megami Tensei Digital Devil Saga

Nome Europeo: Shin Megami Tensei: Digital Devil Saga
Nome originale: Digital Devil Saga: Avatar Tuner
Genere: Gioco di Ruolo
Lingua: Inglese
“Mozzate!Macellate!Divorate il vostro nemico!Non c’è altro modo per sopravvivere.Non potete scappare dalla vostra stessa fame, Guerrieri del Purgatorio!”

Con questo messaggio provocatorio si è introdotti nell’universo di Digital Devil Saga, titolo dotato di un fascino davvero irresistibile. E’ proprio la tematica provocatoria – sopravvivere al caos della società moderna, sempre più competitiva e crudele - a conferire a questo titolo quel pizzico di originalità che da molto tempo si andava ricercando nell’ormai stantio mercato dei giochi di ruolo. Digital Devil Saga, come tutti i componenti della serie Shin Megami Tensei, è da considerarsi uno di quei titoli poco indicati per il “Mercato occidentale”.
I suoi contenuti tematici e i continui riferimenti alle filosofie indu, fan sì che il titolo si allontani dal canone classico di fruibilità europeo, noto per un approccio al videoludo decisamente superficiale e meno appassionato di quello dei nostri cugini statunitensi. Digital Devil Saga è un’esperienza di gioco decisamente trascinante, un incubo suburbano che ci porta a scoprire una realtà distorta, distrutta e dominata da gradazione di grigio. La stessa esplorazione avviene in terza persona, rendendoci spettatori di lunghi viaggi in claustrofobici corridoi a tinta unita, che lasciano poche possibilità all’immaginazione, dove l’unica legge vigente è quella del più forte.L’incipit narrativo vede un’ambientazione post apocalittica al centro degli eventi; le uniche popolazioni sopravvissute alle guerre in quel territorio,che viene definito “La discarica”,  sono suddivise in società tribali sulle quali spiccano diversi capi tribù. Chiaramente il giocatore è portato a vestire i panni di uno di questi, il silenzioso Serph, chiamato in causa per proteggere il proprio popolo dalle invasioni nemiche. L’evento che porta alla rottura degli equilibri correnti in quell’universo di guerra e disperazione è la comparsa di una misteriosa ragazza di nome Sera, la quale, con il suo arrivo, provoca la comparsa sul corpo di ogni abitante della “discarica” un marchio. Successivamente, i capi tribù, riunitisi al Tempio del Karma, ricevono una notizia sconcertante da “Angel”, l’entità soprannaturale che pronuncia le parole d’introduzione all’articolo: Devono uccidersi fra loro e divorare le carni dei loro nemici per ambire al Nirvana, il paradiso promesso. Con il potere dell’Atma, il misterioso marchio sul corpo, infatti, tutti i componenti delle tribù sono divenuti in grado di tramutarsi in terribili demoni, emanazioni dei loro desideri viziosi, puniti da un Dio che vuole finalmente mettere fine alle varie guerriglie che da tempo infestano la discarica, non curandosi della consequenziale perdita della loro stessa umanità: il costante bisogno di cibarsi di carne umana, pena la morte. Cosa si cela dietro l’apparizione di Sera, la strana ragazza dalla quale tutto è scaturito? Perché i protagonisti provano una sorte di familiarità guardandole il viso? E ancora, chi è veramente “Angel”, l’entità sovrannaturale che vuole la morte di tutte le tribù della Discarica?
In un’ambientazione cyber punk prende il via un’avventura dai toni piuttosto classici, malgrado gli elementi narrativi originali e di sicuro impatto emotivo. Il gioco stesso si basa sull’esplorazione di numerosi labirinti, pretestuosamente presentati come ambientazioni inerenti alla trama – dove ogni singola base, tranne quella dei protagonisti, pare essere un enorme casa di Asterione – ; fortunatamente l’incalzare degli eventi legati alla continuità narrativa non fanno altro che spingere il giocatore a proseguire la propria avventura, in un susseguirsi di sequenze introspettive e registicamente ricercate. Da non sottovalutare, inoltre, il comparto artistico del titolo, ancora una volta curato da un Kazuma Kaneko in ottima forma, pronto a deliziarci con la sua disturbante ed eterea visione delle anatomie umane decisamente caratteristiche e in linea con la direzione artistica dell’intero progetto. La stessa colonna sonora, curata da Shoji Meguro, offre una valida tracklist che spazia dall’industrial all’hard rock, senza risparmiarsi qualche brano leggero al solo pianoforte, per le scene più toccanti. Digital Devil Saga è un titolo non per tutti i palati, decisamente atipico per il nostro modo di vedere i giochi di ruolo, o più generalmente i videogiochi. La soglia di difficoltà è piuttosto alta e il titolo, almeno all’inizio, fatica ad ingranare dal punto di vista narrativo. Chi, però, riuscirà ad andare oltre allo sconforto iniziale si troverà davanti un’esperienza decisamente appagante, una sceneggiatura fuori dai canoni impreziosita da un comparto artistico di tutto rispetto. Consigliato.

Recensione Manga: Death Note

Death Note (デスノート ) Panini Comics

Il concetto alla base del titolo è molto semplice: Se voi aveste la possibilità di togliere la vita ad una persona semplicemente scrivendone nome su un quaderno, per quale via optereste? L’uso indiscriminato di questo “potere” per scopi puramente personali o cerchereste di sfruttarlo a favore della giustizia? E ancora, può un uomo giudicarne un altro ed emettere su di lui la più crudele delle sentenze?
Il titolo, sceneggiato da Tsugumi Ohba e disegnato da Takeshi Obata (Hikaru No Go, Hajime) segue le vicende del giovane Light Yagami, un brillante studente universitario Giapponese, diviso fra il suo ideale di libertà e giustizia e quello che e il mondo che lo circonda. Un mondo che il giovane, senza mezzi termini, definisce “marcio”, dove la maggior parte delle persone meriterebbe di morire perché inutile alla società, accecata dai propri interessi personali, un mondo dove l’edonismo è ormai insito nei cuori di tutti. E quando Light sceglie di assumersi le responsabilità della sua nuova identità, identificandosi in Kira, un giustiziere in grado di uccidere i criminali a distanza, ecco spuntare la polizia e un misterioso investigatore di cui non si conosce nulla se non lo pseudonimo, “L”.

Possibile che questi vogliano mettersi sulla sua strada, intralciando la sua opera di giustizia? Chi si nasconde dietro l’identità di L ? Il titolo è un controverso racconto investigativo che fonde elementi provocatori e insinua nella mente del lettore, lungo tutta l’evoluzione della vicenda, vari dubbi morali ed etici, provocati dalle azioni del protagonista e del suo avversario, L, in un continua schermaglia di supposizioni e teorie. Cos’è la Giustizia? Sfizioso e interessante.      

Prezzo: 3.90€ cad.

 



Sigla d’apertura della versione animata di Death Note

Youkoso!

Youkoso!

Youkoso, lettori e lettrici del Manin Times. Quella che vi apprestate a leggere non è una rubrica comune, nossignore! Trattasi di uno spazio nuovo, originale, dedicato a quel mondo che molti usano denigrare per la sua eccentricità, il suo ritmo creativo scoppiettante e vitale, la sua natura spesso controversa e al centro di mille polemiche mediatiche alimentate dall’ignoranza e dall’informazione qualunquista: Sto parlando, ovviamente, del Nippomondo!”

“Kirameki, yami no maboroshi! Senshitachi ima, kuruzo!“

Che cosa intendo con Nippomondo? Beh, immagino che la maggior parte di voi conosca l’animazione giapponese, quel mezzo d’espressione e non solo strumento meramente ludico, che spesso ci troviamo propinato in televisione come prodotto commerciale, svilito dei suoi contenuti originali, adattato ad un pubblico di fascia età minore al target originale, proprio per accontentare quei genitori assenti e quei sedicenti esperti psicologi che vorrebbero una televisione badante, un escamotage pedagogico avente il gravoso compito di accompagnare i bambini (e i ragazzi) nella loro crescita.
Chi ha vissuto gli anni 80, e i primi anni 90, conosce bene le polemiche legate a titoli altisonanti come “Hokuto no Ken” (Ken di Hokuto) altresì noto come “Ken Shiro” e l’affascinante eroina dai capelli dorati, “Bishojo Senshi Sailor Moon” (La Bella Combattente Sailor Moon, nota come “Sailor Moon”), titoli accusati, in passato, di essere fonte di svariati disagi infantili di natura psicologica. Alla base di queste uscite decisamente ardite, vi è un fraintendimento culturale abissale: In Giappone, paese in cui l’industria dell’animazione è una delle più evolute, gli “Anime” (Contrazione di “Animation”, Animeshon) hanno diversi target d’utenza e non sono, come qui in occidente si usa pensare, semplici mezzi d’intrattenimento infantile. L’animazione giapponese, nel corso degli ultimi decenni, ha cavalcato svariati canali mediatici, riuscendo a conquistare premi piuttosto importanti nel campo della cinematografia: esempio lampante del genio di alcuni sceneggiatori e registi nipponici, sono film d’animazione cinematografici come “”Mononoke Hime” (La principessa Mononoke – Stubio Ghibli), “Sen to Chihiro no Kamimakushi” (Il rapimento spirituale di Sen e Chihiro, adattato in Italia con il nome di “La città incantata” - Studio Ghibli) che è valso l’oscar, nel 2003, al regista, Hayao Miyazaki.
Tutte quelle dinamiche commerciali che hanno interessato titoli di ampio successo come “Cardcaptor Sakura” (Sakura la catturacarte, in Italia “Pesca la tua carta Sakura”), “Ranma ni bu no ichi” (“Ranma uno-di-due, in Italia “Ranma 1/2” ) o “Slayers” (“Cacciatori”, in Italia “Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo”) hanno fatto modo che, sulla base di dati d’ascolto in patria piuttosto alti, questi venissero importati in Italia, senza alcun compromesso contenutistico: il target originale non è mai stato rispettato.La conseguenza? Ragioniamo a concetti e formuliamo un esempio.
In una dimensione dove il “Cartone animato”è considerato un compagno di giochi dell’ingenuo pargolo,  figlio dei sani principi cristiani romano cattolici, viene mandata in onda una serie animata dedicata, almeno in patria, ad un pubblico di adolescenti, soggetti comunemente noti per essere consci della dimensione che li circonda e della conseguenza delle loro azioni.
Chiaramente, per motivi commerciali relativi al target d’utenza nostrano, la serie viene adattata come meglio si può, localizzando nomi, snaturando situazioni esplicite – comunissime in qualsiasi serial tv di matrice adolescenziale – e tagliando, invece, quelle scene o quegli interi episodi, facenti parte della continuità narrativa dell’opera, pur di rientrare nel margine della “comune decenza” degli spettacoli dedicati ai bambini.
Eppure non basta.
E qui entra in gioco il malcontento comune dei genitori, esasperati da quegli elementi fuori luogo in quello che a loro è stato presentato come un “prodotto per bambini”, come la visione di una scollatura troppo provocante o la presenza di scene cruente e decisamente diseducative.
L’altro capo dello schieramento del pubblico, composto dagli appassionati, rivendica una maggiore fedeltà al prodotto originale: se tutti i protagonisti dei vostri libri, o telefilm, preferiti, avessero subito un cambiamento d’età, di nome o addirittura di connotati, come reagireste?

Tutto questo per darvi uno stralcio della situazione dell’animazione giapponese in Italia, divisa fra palinsesti irrispettosi nei confronti dell’intelligenza degli spettatori grandi e piccini, genitori adirati ed appassionati esasperati: “Kowaii!”
(Che paura!)

Pregiudizio.Ignoranza.Venalità.
Maykol “Zaru” Robuschi

Hands on… Offlaga Disco Pax & Le luci della Centrale Elettrica.

Hands on… Offlaga Disco Pax & Le luci della Centrale Elettrica.

a cura di Elia

Noi italiani siamo troppo esterofili, principalmente per quanto riguarda la musica, ed ancora di più per quanto riguarda generi poco mainstream come l’indie. Musica indi(e)pendente, creata da veri musicisti, sempre originale, senza contratti con grandi etichette ma con un’enorme capacità espressiva. Il 2008 ha visto l’uscita di due album perfetti (Secondo la mia umile opinione :p), “Bachelite” degli Offlaga Disco Pax e “Canzoni da Spiaggia Deturpata” di Vasco Brondi, “Le Luci della Centrale Elettrica”.

Bachelite.

Chiamare il proprio album come “una resina fenolica termoindurente ottenuta per reazione tra formaldeide e fenolo”.  Un album le cui tematiche spaziano dal record del salto in alto stabilito da Vladimir Yaschshenko ai campionati europei di atletica leggera del 1978 a rapporti sessuali consumati grazie ad un Toblerone  dentro a condomini dell’Istituto Autonomo Case Popolari.  Ma c’è anche spazio per raccontare il furto di una Volkswagen Golf con un adesivo di Lula da Silva sul paraurti da un’autofficina, per condannare il “metodo di repressione altrimenti chiamato tutela” con il quale viene controllato il chirocefalo del Marchesoni, per dare una lettura all’elenco telefonico di Reggio Emilia e per raccontare gli esordi di Ligabue e Vinicio Capossela. Ci volevano gli Emiliani Offlaga Disco Pax per fare qualcosa di simile. Il loro secondo album “Bachelite”, uscito questo febbraio, è fatto da 51 minuti di elettronica e indie rock. Sul tappeto musicale tessuto da Enrico Fontanelli e Daniele Corretti vengono scanditi i discorsi del cantante (se così si può definire) Max Collini: infatti i testi degli Offlaga non sono cantati, ma declamati. Le parole di Collini raccontano di un “piccolo mondo antico fogazzaro”, sono fatte di aneddoti e riferimenti ai più svariati luoghi ed individui: dal piccolo paese di Cavriago a Vladivostok, da un’adolescente sulla via della prostituzione chiamata Barbara al neofascista Giusva Fioravanti. L’innovativa proposta degli Offlaga può essere apprezzata sia dagli alternative e indie rocker, sia dagli amanti dell’elettronica, sia da chi ascolta il post-punk di band come i The Smiths o gli ultimi CCCP Fedeli alla Linea. Peccato che quando sono venuti a suonare in Piazza Duomo (due giorni prima dei Baustelle, se non vado errato) non c’era poi così tanta gente a guardarli. Consigliato a tutti.
offlagadiscopax.splinder.com
www.myspace.com/odp130

Canzoni da spiaggia deturpata

“Le luci della centrale elettrica illuminano le periferie delle città. si vedono dalle tangenziali, dalle strade provinciali, dalle nostre finestre a contemplare il panorama delle case popolari tutte uguali. con la scritta COOP rossa che svetta e i camion dei netturbini che investono i nottambuli e passano a pulire quel poco di sporco e di disturbo che siamo riusciti a provocare.” Questo è Vasco Brondi, cantautore ferrarese scoperto da Giorgio Canali (CCCP, CSI, PGR). La sua voce è un rauco grido di condanna, una malinconica melodia, una descrizione del degrado Italiano urlata ad ogni concerto, “canzoni d’amore e di merda dalla provincia”. Il suo album di debutto “Canzoni da spiaggia deturpata” è uscito quest’anno e ha vinto la Targa Tenco 2008 come migliore opera prima ed è stato disco della settimana sul “Venerdì” di Repubblica. La musica è minimale, solo voce e una chitarra strimpellata a cui si aggiungono, a tratti, i cori e le distorsioni della chitarra di Canali. Il suo è un ritorno alla tradizione dei cantautori Italiani del passato rivisto con tematiche e sonorità moderne, con testi al vetriolo e un’energia di cui si sentiva da troppo a lungo la mancanza.
www.myspace.com/lelucidellacentraleelettrica
www.leluci.net

Informatica: Steve Jobs, un uomo un programma


Steve Jobs, un uomo un programma

di Davide Moroni

 

L’immagine non è quella del manager spietato, dell’affarista in giacca e cravatta, di poche parole. Al contrario, il capo di Apple Computer si è costruito attorno a sé la fama di un uomo capace e amante dell’innovazione, tutto in un unico stile.

Poco tempo fa, la rivista “Fortune” l’ha consacrato definitivamente come “L’uomo più importante e innovativo del pianeta”, grazie ai numeri e ai fatturati di tutto rispetto che l’hanno portato appunto ad un successo planetario.

La storia di questo personaggio è molto strana: nato da madre americana e padre siriano il 24 Febbraio 1955, Jobs non fu tenuto dai genitori naturali, ma fu dato in adozione a Paul e Clara Jobs. Nel 1972 Steve si diploma a Cupertino in California, che è tuttora sede centrale di Apple e s’iscrive al Reed College di Portland, che però abbandona dopo un semestre. Quattro anni dopo fonda la Apple Computer con l’amico Steve Wozniak, e la prima sede della società appena fondata non è altro che il garage dei genitori. Nel 1977 vedono la luce il primo computer, “Apple I” e il primo PC (allora chiamato microcomputer) chiamato “Apple II”. Nel 1980 Jobs fa entrare la Apple in borsa e il 24 Gennaio del 1984 la Apple produce un personal computer dotato di un nuovo sistema operativo e, per la prima volta al mondo nella grande distribuzione, di un’interfaccia grafica e del mouse: “Apple Macintosh”. Dotato di icone, finestre e menu a tendina, il Mac riscuote un grande successo. Per il grande pubblico Jobs diventa la persona più in vista nel mondo dell’informatica.

L’anno dopo però, Steve Jobs entra in rotta di collisione con l’allora amministratore delegato Apple Sculley e, consapevole anche del fatto che l’amico Wozniak si fosse dimesso, lascia la Apple a 33 anni. A questo punto, Jobs decide di fondare una nuova azienda, la Next, che sarà poi la base del sistema operativo Mac OS X, con l’obiettivo di avviare una nuova rivoluzione tecnologica. Succede però che la Apple va in crisi intorno al 1996, per il sistema ormai obsoleto e dunque alla ricerca di un nuovo sistema operativo più moderno. Jobs decide di ritornare a patto che la Apple acquisti la Next, che stava passando anche lei un periodo di crisi profonda.

L’anno successivo vede l’azienda di Cupertino risollevarsi pian piano, Steve allontana l’AD Gil Amelio e riprende le redini dell’azienda, percependo solo 1$ come stipendio ma con molte agevolazioni e premi che gli porta l’azienda, come un jet privato e 30 mln di dollari in azioni. Nel frattempo Jobs rilancia l’iMac, isolandosi dal mondo IBM: nel 2001 avviene il lancio ufficiale di Mac OS X, che, come già detto, si basava sul NextStep che, a sua volta, utilizzava un kermel Unix. La Apple, dopo qualche tempo, si lancia nel mercato della musica digitale con l’iPod, del quale sono stati venduti circa 90 mln di modelli in tutto il mondo, che probabilmente ne ha fatto di Apple il prodotto di maggiore successo. A Giugno 2007 viene lanciato anche iPhone, che funge da cellulare ma anche come fotocamera da 2 mpx e che in Italia dovrebbe arrivare a momenti! Infine, fresco fresco è l’arrivo di MacBook Air, l’ultimissimo portatile di casa Apple caratteristico per il suo spessore di soli 0.76 cm!!!

Insomma questa era la storia dell’uomo che ha fondato la Apple ed ha dato il via ad una rivoluzione tecnologica a partire dagli anni ‘80. Vi lascio con una citazione del MacMan per eccellenza.

 

“E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi. Siate affamati. Siate folli”.

Manin Politik

Chi voto? Ma questo è di destra o di sinistra?

di Marjorie (Marjo) Cigoli

Sono queste le domande che ho sentito più e più volte prima delle elezioni.
E, fidatevi, non sono affatto stupide. In un Italia trasformista, in un paese che vive di gaffes, raccomandazioni, bustarelle e circhi, come si può distinguere la destra dalla sinistra? E non stiamo parlando di distinguere Comunisti da Leghisti. “ Ma Pd e un Pdl cosa hanno di diverso? Sarebbe stato carino se,in campagna elettorale, al posto delle solite scaramucce, qualcuno si fosse degnato di spiegarlo. Che senso ha accusare l’altro per vincere? ” ; così mi ha detto Sara, primina del linguistico. Ilaria, ormai al penultimo anno del classico dice “secondo me la classe politica non è per niente affidabile,anche all’interno dei singoli partiti non ci sono mai accordi. si vede chiaramente che spesso non sanno nemmeno loro stessi cosa stanno facendo e/o dicendo. Al momento quello che sento mi scoraggia parecchio”. Secondo me in Italia abbiamo ormai solo figure che si distinguono per una cravatta, impacchettate in auto e vestiti lussuosi, con case che valgono mille volte me, se non di più. Voi affidereste davvero loro i vostri soldi, il vostro futuro? Io no. E notate bene che non sto parlando dell’attuale governo, ma di tutti i politici; di destra,sinistra e centro. Non riesco sinceramente a fidarmi. Queste elezioni sono state una farsa, a suon di mozzarelle addentate per scherzo,barzellette, parole grosse,aria grave e un occhio al portafogli. Noi, in televisione, abbiamo assistito a queste liti spettacolari,a questi scambi di frecciate. Per me, una volta spente le telecamere, compaiono tarallucci e vino e tutto finisce così, in compagnia dopo una bella bevuta.Con la nostra magistratura (ideale, non quella effettiva), il nostro sistema scolastico e le nostre leggi potremmo essere un paese rinomato all’estero per qualcosa al di là della mafia,no?Io credo nell’Italia,non essendovi nemmeno nata. Sono gli italiani che mi spaventano. Proprio Magdi Allam disse:”Io amo l’Italia, ma gli Italiani la amano?” Forse siamo i “compari” di sempre, patriottici solo ai mondiali e poi spietati avvoltoi per accaparrarci uno scudetto. Noi che speriamo delle raccomandazioni, che abbiamo dei vertici di potere che hanno quasi fatto la Costituzione; un paese di pochi giovani disoccupati,di precari. Che futuro abbiamo? E’ una domanda che, vi confesso, mi spaventa. “L’uomo è per natura un animale politico… tanto è vero che spesso l’uomo politico è una bestia” dice Alfredo Chiappori. Non voglio abbandonarmi a questi pessimismi, ho sempre amato le utopie. Se fossi un politico,questi sarebbero alcuni punti importanti del mio programma:
* Maggior attenzione al sociale,soprattutto nel settore scolastico e comunitario, per evitare la formazione di fenomeni di delinquenza legati a problematiche di disagio e disadattamento
* Dare una struttura solida al sistema scolastico, per una scuola che insegni e che insegni a vivere
* Riduzione dello stipendio dei parlamentari (non siamo più a Roma, quando si decidette di dare un contributo ai politici per evitare che subissero disagi per aver abbandonato il lavoro nei campi)

Non proseguo per annoiarvi troppo. Vi lascio, ultimo ma non meno importante, con una citazione davvero bella,che spero vi aiuti a riflettere.

La vera politica è come il vero amore. Si nasconde. (Jean Cocteau)


Recensione Film: Juno


Juno è una ragazza di sedici anni che decide nel più assoluto disincanto di fare sesso con il suo amico Pouli Bleeker sulla poltrona del salotto, assuefatta dal profuno di tic-tac all’arancia di cui il ragazzo ne va ghiotto. Quando scopre, però, che un “fagiolo” si è insidiato nella sua pancia, si ritrova a dover affrontare ogni passo della sua vita con una maggior responsabilità sulle spalle; quella stessa responsabilità che aveva lasciato da parte quella sera, su quella poltrona. Di primo acchito la giovane Juno si reca al centro “Donne ora” (un nome - un programma), con l’intento di abortire, ma accade qualcosa: la ragione comincia a luccicare nella sua testa, (grazie ai suggerimenti di una sua compagna di scuola che sventola cartelli “pro-life” fuori dal centro abortivo). Capisce che l’aborto è la scelta sbagliata, comprende che ci sono persone sfortunate che non possono avere figli e che ne vorrebbero tanto avere, realizza anche che quel “fagiolo” che sta crescendo dentro di lei è un vero e proprio essere umano: “Lo sai che potrebbe avere già anche le unghie?!” grida l’amica “pro-life”, un grido che Juno sente rimbombare nella sua testa, quando entra in quello squallido edificio, dove la ragazza all’accettazione, squallida pure lei, non mostra la minima cura e il benché minimo interesse per lei. Decide quindi di scappare fuori, incominciando così un percorso nuovo e inaspettato che la condurrà alla maturazione, alla realizzazione di sè, alla felicità. Appoggiata dalla famiglia, sceglie di dare in adozione il nascituro, ma la cosa che le fa più onore è il non vergognarsi della pancia che, con il passare delle stagioni, cresce sempre più,insieme al suo coraggio e al suo senso di responsabilità.

“Mi troverai ancora carina, quando sarò grassa?” chiede Juno a Bleeker e questi risponde: “Certo, sarai sempre carina”.Questo piccolo pezzetto di dialogo vuole cozzare contro l’affermazione di una giornalista de “La Stampa”, Lietta Tornabuoni, che ha definito il film “grazioso: fatto, cioè, per contentare tutti, i buonpensanti così come i pervertiti che godono a vedere sullo schermo una ragazzina con il corpo deformato dalla gravidanza avanzata”. Quindi il corpo di una donna affetta dalla straordinarietà della gravidanza è “deforme”? Ma siamo impazziti? Cara Lietta, forse dovresti riformattarti il cervello, perchè la bellezza e la dolcezza di una donna incinta è un innegabile evidenza. È proprio grazie a persone come queste, che considerano la gravidanza come disfacimento della propria bellezza e della propria persona, che si ha il crollo catastrofico delle nascite, che si assiste a milioni, ma che dico, miliardi di aborti dettati dall’egoismo e dalla paura. “Tutti devono avere il diritto di essere liberi dalla paura” cantavano gli slogan americani dopo l’11 settembre, ma si potrebbero cantare ancora oggi a proposito della drammatica situazione sociale e culturale che sta maturando. “Juno” è un grido forte e chiaro in mezzo al deprimente silenzio in cui viviamo: un grido alla meraviglia nel sentire un bimbo che scalcia nel proprio grembo, un grido al coraggio della maternità.

INDIEPENDENT

FENOMENOLOGIA MUSICALE

Indiemusic. Indiepop, indietronica, indie-rock. Indi(e)pendente. Indie in tutte le salse, indie quando ascolti musica, quando ti vesti, quando mangi, quando vai ad un concerto, quando fai il figo perché sei alternativo. Indie-moda.Un attimo… indie-moda? Paradossale… com’è che qualcosa di indi(e)pendente diventa una moda? Nescio… o forse sì. Perché l’indie non è indi(e)pendente, o meglio, lo era, finché non se ne sono appropriati Mtv, NME, portali internet e riviste cartacee, recensori e scribacchini alla ricerca di una nuova tendenza da portare alla ribalta.E quella che era una realtà (musicale soltanto) DAVVERO autonoma, DAVVERO underground e “alternativa”, se l’è ingoiata il mainstream, snaturandola, strumentalizzandola, impacchettandola con un bel fiocco brillantinato e vendendola a tanti teen-agers ed oltre. Il pacchetto naturalmente comprende anche maglie a righine, all star, capelli un po’ emo o ribelli o retrò o casual. Revival in quantità; originalità persa per strada da un bel po’ di tempo.Per intenderci: l’indie negli anni ’90 esisteva davvero, nel suo significato più naturale e genuino. Un fiorire di produzioni indipendenti che sono state stimolo fondamentale per tante sfumature di generi musicali poco conosciuti: che so, la diffusione del post e del math-rock. Anche in Italia abbiamo avuto (e abbiamo) i nostri valenti e ottimi gruppi come Three Second Kiss, Uzeda, Giardini di Mirò… Ma, assolutamente, parlare di indie non equivaleva a parlare di un preciso genere musicale.Ora, se facciamo attenzione, l’indie lo è diventato: orecchiabile quanto basta, un pizzico di cara vecchia trasgressione moderata, una spolverata di elettronica, quel rock un po’ trendy, un po’ brit, sonorità ormai ben consolidate che lasciano dunque così tanto spazio all’aspetto esteriore. E chi scrive recensioni fa il suo lavoro nel rafforzare tutto ciò, elogiando un disco se suona come quelli di una ristretta, idolatrata cerchia ormai mainstream, privilegiando insomma l’emulazione all’originalità.Quel che è più allucinante è vedere come ciò che era, per sua natura, l’antitesi di quella che si può definire “scena”, oggi lo è a tutti gli effetti. E ce la vogliono strappare, snaturare sempre più, ledere nella sua più bella genuinità. In Italia esiste il MEI, ovverosia “Meeting Etichette Indipendenti”, che si tiene ogni anno, verso novembre, a Faenza. Sotto i tendoni del MEI è un’emozione continua tra mille stand di gruppi emergenti, etichette indipendenti, associazioni, portali… la testimonianza di come un mondo indiependente vivo e variegato, al di sotto del mainstream, esista ancora. Poi, però, è triste e sconcertante vedere come ci siano dati in pasto gruppi venduti come “al 100% indie” che però in realtà sono prodotti da delle major.Insomma, “indie” da dato di fatto, da esperienza innegabile, è divenuto tendenza, genere, modo d’essere, di identificarsi. Forse questo non è altro che il normale scorrere delle cose, il loro naturale divenire ed evolversi in questo modo. Forse anche le realtà più underground e marginali di adesso verranno naturalmente alla luce o violentemente catturate, nel momento in cui il ciclo di quello che chiamo “mainstream alternativo” stuferà il pubblico e, allora, coloro che dall’altro ci sorvegliano ed accontentano provvederanno a rinfrescare le acque stantie.Indie lo sei veramente se ti butti tu stesso nelle acque, e nuoti controcorrente, su su verso la sorgente, dove ti puoi beatamente abbeverare quanto vuoi senza temere di essere contaminato da un morbo inquinato…

Marlene

MusicTeleVision

L’emittente televisiva MTV nasce l’1 agosto 1981 alle 12:01 con le parole di John Lack: “Ladies and gentlemen, rock and roll…”. I primi video ad essere lanciati sono Video Killed the Radio Star dei Buggles e You Better Run di Pat Benatar.
Anche se inizialmente era dedicato solo ai videoclip musicali, specialmente alla musica rock, in seguito la cultura pop influenza MTV, che introduce molti show originali.
Vengono mandati in onda diversi cartoni animati, molti dei quali non censurati, reality shows, alcuni riguardanti perfino persone famose, anche se la musica continua ad avere un ruolo centrale nel palinsesto della rete.

Molti vip devono il proprio successo a MTV, tra questi Van Halen, The Police, The Cars, Eurythmics, RATT, Culture Club, Def Leppard, Duran Duran, Bon Jovi, Weird Al Yankovic, i Kiss e Madonna.
MTV è un fenomeno in continua crescita: istituisce i premi MTV Music Awards e successivamente anche gli MTV Movie Awards, inoltre si allarga sul satellitare e sulla TV via cavo, “emigra” anche in altri paesi e, ovviamente, su internet.
Nella rete, però, non mancano mai appelli per il sociale: gli ultimi riguardano la pena di morte e il cambiamento del clima.
In Italia MTV approda il primo settembre 1997 sulle frequenze di Rete A, oltre che nel pacchetto satellitare D+. Nonostante il canale sia italiano, i programmi sono per la maggior parte europei e in lingua inglese; è con l’aumentare dei Vj, i conduttori, nazionali che nascono sempre più programmi nella nostra lingua.
Il canale vero e proprio, che noi ora vediamo, è il frutto della MTV Regeneration del 2001, quando Telecom Italia Media acquista le frequenze di due canali TMC, che diventa La7, e TMC2, che si trasforma in MTV.
Tutt’oggi il canale viene criticato per la musica “commerciale” che trasmette, mentre sono sporadici i video Punk, Hard Rock e Heavy Metal. Inoltre non viene più ritenuto un punto di riferimento della musica nuova come agli inizi, ma solamente un network televisivo.
Personalmente credo che effettivamente sia molta la musica “commerciale” trasmessa, ma lo ritengo comunque un bel canale in quanto è uno dei pochi, se non l’unico, ad essere specializzato per i giovani.

=Tirlo=

 

A tutto Rock!

Cremona Punk Rock Festival 2007 –XVI giornata del volontariato

Cremona. Piazza Stradivari. 22 settembre 2007.
I ciottoli dell’antica provincia romana sono stati scossi già dalla primissima serata dal rock duro delle chitarre elettriche di 5 grandi band dell’underground cremonese.
Perfino da Viale Po si poteva scorgere la moltitudine di gente che si radunava curiosa intorno al palco, oltre al fumo che si levava e impediva ai soliti piccioni nordici di volare sopra noi poveri passanti. Alle 20 hanno aperto la serata i Fun in the Sun, gruppo emo di Gando (voce e chitarra), Anse (chitarra), Miki (basso e voce), Axel (batteria); testi in inglese e una spolverata di pop punk e power pop. Ma sarà stata l’ora a non aver favorito la band: attorno al palco si avvicina poca gente, purtroppo si sa: Cremona alle 8 del sabato sera non è ancora del tutto sveglia. A dare questa sveglia traumatica ai cremonesi sono state le irriverenti Lunachicks, Les Gibaud che con il loro rock incazzato, quasi rosa e pazzo, hanno fatto sì che i giovani -e non (Prof. Giazzi l’abbiamo beccata ad ascoltarle!!!)- si buttassero giù dalle loro case e scendessero in piazza a sentire il rock duro di Veil (chitarra e voce), Kia (basso e cori) & Deni (batteria e voce). Alle 9 l’apice è stato raggiunto dai Jojo in the Stars, band punk-rock nata nella primavera del 2005 e formata da Ale (batteria), CJ (basso), Zet (voce e chitarra), Paul (chitarra).Questo grande gruppo ha fatto saltare in un marasma di gente i veri punkboys cremonesi. Il loro sound si ispira ai gruppi più punk della storia: Ramones, Weezer e Queers.
Ci hanno stupito invece le abilità di Bone (voce, chitarra e tastiera), Mat (basso e seconda voce), Nico (batteria e seconda voce): i Blunitro, già all’attivo dal ’99 ma ora con un assetto nuovo della band. Il trio che, alla ricerca di una nuova forma di rock-punk elettronico, tra cover (di System of a Down) e canzoni proprie, ha davvero lasciato a bocca aperta la folla, fattasi più numerosa; d’altronde erano ormai le 10 e tutta Cremosa era in centro per il solito bicchierino alcolico nei locali. Hanno chiuso la serata i veri guests, i The Fire, fusione di due pietre miliari (Shandon e Madbones ) dello ska-punk italiano che, oltre ad aver conquistato Cremona sabato sera, hanno anche girato l’Italia e l’Europa rievocando gli anni ’80 con canzoni proprie. Questa magia è stata possibile grazie a Alecs (batteria), Andre (chitarra e voce), Lou (chitarra), Olly (voce e chitarra) e Pelo (basso). È stata davvero una fortuna per Cremona aver presentato al popolo del sabato sera questa vetrina di giovani bands che hanno molto più da dire dei soliti finti punkettoni e finte boyband.Come abbiamo potuto constatare c’è molto talento anche qui in Italia senza aver bisogno di andare poi così lontano: cosa ci offre l’oltreoceano? Le solite band a tavolino!! Va bene, non generalizziamo, ma anche qui possiamo avere i nostri miti e dobbiamo imparare a vantarcene!!!
Mi raccomando maninensi: W il Rock ‘n’ Roll!

KiaZZa

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