Recensione Videogioco: Shin Megami Tensei Digital Devil Saga
Nome Europeo: Shin Megami Tensei: Digital Devil Saga
Nome originale: Digital Devil Saga: Avatar Tuner
Genere: Gioco di Ruolo
Lingua: Inglese“Mozzate!Macellate!Divorate il vostro nemico!Non c’è altro modo per sopravvivere.Non potete scappare dalla vostra stessa fame, Guerrieri del Purgatorio!”
Con questo messaggio provocatorio si è introdotti nell’universo di Digital Devil Saga, titolo dotato di un fascino davvero irresistibile. E’ proprio la tematica provocatoria – sopravvivere al caos della società moderna, sempre più competitiva e crudele - a conferire a questo titolo quel pizzico di originalità che da molto tempo si andava ricercando nell’ormai stantio mercato dei giochi di ruolo. Digital Devil Saga, come tutti i componenti della serie Shin Megami Tensei, è da considerarsi uno di quei titoli poco indicati per il “Mercato occidentale”.
I suoi contenuti tematici e i continui riferimenti alle filosofie indu, fan sì che il titolo si allontani dal canone classico di
fruibilità europeo, noto per un approccio al videoludo decisamente superficiale e meno appassionato di quello dei nostri cugini statunitensi. Digital Devil Saga è un’esperienza di gioco decisamente trascinante, un incubo suburbano che ci porta a scoprire una realtà distorta, distrutta e dominata da gradazione di grigio. La stessa esplorazione avviene in terza persona, rendendoci spettatori di lunghi viaggi in claustrofobici corridoi a tinta unita, che lasciano poche possibilità all’immaginazione, dove l’unica legge vigente è quella del più forte.L’incipit narrativo vede un’ambientazione post apocalittica al centro degli eventi; le uniche popolazioni sopravvissute alle guerre in quel territorio,che viene definito “La discarica”, sono suddivise in società tribali sulle quali spiccano diversi capi tribù. Chiaramente il giocatore è portato a vestire i panni di uno di questi, il silenzioso Serph, chiamato in causa per proteggere il proprio popolo dalle invasioni nemiche. L’evento che porta alla rottura degli equilibri correnti in quell’universo di guerra e disperazione è la comparsa di una misteriosa ragazza di nome Sera, la quale, con il suo arrivo, provoca la comparsa sul corpo di ogni abitante della “discarica” un marchio. Successivamente, i capi tribù, riunitisi al Tempio del Karma, ricevono una notizia sconcertante da “Angel”, l’entità soprannaturale che pronuncia le parole d’introduzione all’articolo: Devono uccidersi fra loro e divorare le carni dei loro nemici per ambire al Nirvana, il paradiso promesso. Con il potere dell’Atma, il misterioso marchio sul corpo, infatti, tutti i componenti delle tribù sono divenuti in grado di tramutarsi in terribili demoni, emanazioni dei loro desideri viziosi, puniti da un Dio che vuole finalmente mettere fine alle varie guerriglie che da tempo infestano la discarica, non curandosi della consequenziale perdita della loro stessa umanità: il costante bisogno di cibarsi di carne umana, pena la morte. Cosa si cela dietro l’apparizione di Sera, la strana ragazza dalla quale tutto è scaturito? Perché i protagonisti provano una sorte di familiarità guardandole il viso? E ancora, chi è veramente “Angel”, l’entità sovrannaturale che vuole la morte di tutte le tribù della Discarica?
In un’ambientazione cyber punk prende il via un’avventura dai toni piuttosto classici, malgrado gli elementi narrativi originali e di sicuro impatto emotivo. Il gioco stesso si basa sull’esplorazione di numerosi labirinti, pretestuosamente presentati come ambientazioni inerenti alla trama – dove ogni singola base, tranne quella dei protagonisti, pare essere un enorme casa di Asterione – ; fortunatamente l’incalzare degli eventi legati alla continuità narrativa non fanno altro che spingere il giocatore a proseguire la propria avventura, in un susseguirsi di sequenze introspettive e registicamente ricercate. Da non sottovalutare, inoltre, il comparto artistico del titolo, ancora una volta curato da un Kazuma Kaneko in ottima forma, pronto a deliziarci con la sua disturbante ed eterea visione delle anatomie umane decisamente caratteristiche e in linea con la direzione artistica dell’intero progetto. La stessa colonna sonora, curata da Shoji Meguro, offre una valida tracklist che spazia dall’industrial all’hard rock, senza risparmiarsi qualche brano leggero al solo pianoforte, per le scene più toccanti. Digital Devil Saga è un titolo non per tutti i palati, decisamente atipico per il nostro modo di vedere i giochi di ruolo, o più generalmente i videogiochi. La soglia di difficoltà è piuttosto alta e il titolo, almeno all’inizio, fatica ad ingranare dal punto di vista narrativo. Chi, però, riuscirà ad andare oltre allo sconforto iniziale si troverà davanti un’esperienza decisamente appagante, una sceneggiatura fuori dai canoni impreziosita da un comparto artistico di tutto rispetto. Consigliato.



Death Note (デスノート ) Panini Comics
Youkoso, lettori e lettrici del Manin Times. Quella che vi apprestate a leggere non è una rubrica comune, nossignore! Trattasi di uno spazio nuovo, originale, dedicato a quel mondo che molti usano denigrare per la sua eccentricità, il suo ritmo creativo scoppiettante e vitale, la sua natura spesso controversa e al centro di mille polemiche mediatiche alimentate dall’ignoranza e dall’informazione qualunquista: Sto parlando, ovviamente, del Nippomondo!”
soltanto) DAVVERO autonoma, DAVVERO underground e “alternativa”, se l’è ingoiata il mainstream, snaturandola, strumentalizzandola, impacchettandola con un bel fiocco brillantinato e vendendola a tanti teen-agers ed oltre. Il pacchetto naturalmente comprende anche maglie a righine, all star, capelli un po’ emo o ribelli o retrò o casual. Revival in quantità; originalità persa per strada da un bel po’ di tempo.Per intenderci: l’indie negli anni ’90 esisteva davvero, nel suo significato più naturale e genuino. Un fiorire di produzioni indipendenti che sono state stimolo fondamentale per tante sfumature di generi musicali poco conosciuti: che so, la diffusione del post e del math-rock. Anche in Italia abbiamo avuto (e abbiamo) i nostri valenti e ottimi gruppi come Three Second Kiss, Uzeda, Giardini di Mirò… Ma, assolutamente, parlare di indie non equivaleva a parlare di un preciso genere musicale.Ora, se facciamo attenzione, l’indie lo è diventato: orecchiabile quanto basta, un pizzico di cara vecchia trasgressione moderata, una spolverata di elettronica, quel rock un po’ trendy, un po’ brit, sonorità ormai ben consolidate che lasciano dunque così tanto spazio all’aspetto esteriore. E chi scrive recensioni fa il suo lavoro nel rafforzare tutto ciò, elogiando un disco se suona come quelli di una ristretta, idolatrata cerchia ormai mainstream, privilegiando insomma l’emulazione all’originalità.Quel che è più allucinante è vedere come ciò che era, per sua natura, l’antitesi di quella che si può definire “scena”, oggi lo è a tutti gli effetti. E ce la vogliono strappare, snaturare sempre più, ledere nella sua più bella genuinità. In Italia esiste il MEI, ovverosia “Meeting Etichette Indipendenti”, che si tiene ogni anno, verso novembre, a
Faenza. Sotto i tendoni del MEI è un’emozione continua tra mille stand di gruppi emergenti, etichette indipendenti, associazioni, portali… la testimonianza di come un mondo indiependente vivo e variegato, al di sotto del mainstream, esista ancora. Poi, però, è triste e sconcertante vedere come ci siano dati in pasto gruppi venduti come “al 100% indie” che però in realtà sono prodotti da delle major.Insomma, “indie” da dato di fatto, da esperienza innegabile, è divenuto tendenza, genere, modo d’essere, di identificarsi. Forse questo non è altro che il normale scorrere delle cose, il loro naturale divenire ed evolversi in questo modo. Forse anche le realtà più underground e marginali di adesso verranno naturalmente alla luce o violentemente catturate, nel momento in cui il ciclo di quello che chiamo “mainstream alternativo” stuferà il pubblico e, allora, coloro che dall’altro ci sorvegliano ed accontentano provvederanno a rinfrescare le acque stantie.Indie lo sei veramente se ti butti tu stesso nelle acque, e nuoti controcorrente, su su verso la sorgente, dove ti puoi beatamente abbeverare quanto vuoi senza temere di essere contaminato da un morbo inquinato…
L’emittente televisiva MTV nasce l’1 agosto 1981 alle 12:01 con le parole di John Lack: “Ladies and gentlemen, rock and roll…”. I primi video ad essere lanciati sono Video Killed the Radio Star dei Buggles e You Better Run di Pat Benatar.
sound si ispira ai gruppi più punk della storia: Ramones, Weezer e Queers.
